Descrizione
… cominciai a baciarlo sulla pelle nuda, mentre le sue mani si infilavano sotto alla seta delle mutandine…
L’ascensore
Era più di un’ora che, seduta di fianco a Giovanni Chimenti, il mio capo, cercavo di seguire i dati che apparivano sullo schermo del computer, un po’ a disagio.
Stavamo preparando una relazione che lui avrebbe dovuto presentare il giorno seguente ad un congresso ed eravamo ancora lontani dalla fine e ad ogni momento che passava io mi sentivo sempre più in imbarazzo.
Giovanni si era tolto la giacca e si era arrotolato le maniche della camicia fino al gomito e poi aveva buttato da parte la cravatta e aperto il colletto e io, seduta alle sue spalle, gli vedevo la nuca, il collo, le braccia abbronzate, giocava a tennis tutte le domeniche mattina e mi sentivo il fiato mancare.
Perché la cosa gravissima era che mi ero innamorata di lui, il mio direttore, appena ero entrata a lavorare in quello studio; e lui, invece, mi trattava come trattava tutti, con un misto di cameratismo e indifferenza, riservato e chiuso.
Avevo cercato di avere notizie sulla sua vita privata, ma mi avevano dato versioni diverse e di certo non potevo andare a chiedere a lui direttamente la verità: qualcuno diceva che era scapolo incallito, pieno di donne e un po’ farfallone.
Altri mi avevano assicurato che aveva avuto una moglie ma che si erano separati, la sua segretaria mi aveva confidato che probabilmente aveva una donna fissa, una certa Daniela che telefonava spesso.
All’inizio avevo sperato che mi notasse, che mi guardasse in modo diverso, ma non era accaduto e poi avevo appreso le regole fisse dello studio, niente amore tra le scrivanie, come mi disse Anna, la segretaria, ridendo:
– Il capo ha stabilito che il mondo è pieno di uomini e donne e che perciò non è necessario trovarsi l’anima gemella in ufficio! Qui, solo lavoro, Lena!
Forse il mio sguardo aveva rivelato qualcosa perché lei aveva riso ancora più forte.
– E non sperare che le cose cambino, Giovanni Chimenti ha una sola parola!
Così mi ero adattata alle regole, fingendo di non vederlo, di non notare il suo sguardo vellutato, la sua bocca volitiva, le sue mani nervose, ma dopo un’ora della sua vicinanza non sapevo più dove guardare e non sapevo come fare per sganciarmi.
Di colpo lui si voltò e chiese, quasi seccato:
– Che razza di profumo hai addosso, Lena?
Mi sentii arrossire e mormorai, cercando di fare la spavalda.
– Calèche, capo! Me l’hanno regalato e mi hanno detto che deve essere annusato da vicino… da molto vicino!
Lui storse il naso ma non disse niente, indicando sullo schermo delle cifre.
– Queste non combaciano, guardale bene!
Mi chinai di più sopra la sua spalla, mi sentivo il cuore saltare nel petto mentre cercavo di non notare il colletto della camicia aperto, il triangolo di pelle che si vedeva, il suo odore muschiato, i capelli ondulati che mi sfioravano il braccio.
– Mi sembrava fosse tutto giusto…
Giovanni si alzò di scatto e si infilò la giacca, dicendo secco:
– Va bene, Lena, lascia perdere, adesso metto tutto di nuovo in mano ad Anna per il controllo finale, tu puoi andare.
Mi cacciava! Non mi voleva più vicina e non perché avevo sbagliato delle cifre, lo aveva capito benissimo, era irritato ma non capivo per che cosa.
Presi la cartellina e chiesi, ancora con la speranza che mi volesse:
– Vuoi che torni dopo? Potrei aiutare Anna.
Lui si avviò alla porta, senza guardarmi.
– No, non occorre. Anzi, puoi anche andartene a casa, per oggi la finiamo qui.
Mi passò di fianco, mollò il pacchetto di fogli sulla scrivania della segretaria dicendo seccamente:
– Vado a prendermi un caffè al bar qui di fronte.
Ed uscì, lasciandomi affranta davanti ad Anna che mi guardava con fare interrogativo.
– Che gli hai fatto? O detto?
– Non lo so. All’improvviso mi ha mandata via, sembra che gli desse fastidio il mio profumo… e poi c’erano delle cifre sbagliate…
Lei fece un sorriso di incoraggiamento.
– A quelle ci penso io adesso, è sotto pressione per il congresso di domani, devi capirlo…
Lo capivo eccome. Non solo non gli piacevo, ma sembrava addirittura che gli dessi fastidio!
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