Descrizione
…passò un altro mese e Amalesita restò a letto com me, amandomi appasionatamente…
Il regalo di Amalesita
Quando partii per uno sperduto paesino ai piedi delle Ande peruviane non sapevo che la mia vita sarebbe cambiata in modo totale.
Ero geologo e lavoravo con una compagnia mineraria e quando si sparse la notizia che qualcuno doveva andare a fare dei rilievi in Perù, non ci fu la gara a “vado io, vado io” come succedeva di solito per altri paesi del mondo.
Il Perù era lontano, era poco attraente, non c’era nulla, a parte montagne e foreste e il soggiorno non si preannunciava interessante, in un paesino sconosciuto e lontano da città con discoteche e casinò.
Ma la fortuna volle e veramente fu fortuna, anche se al momento non lo sapevo, che fossi io il prescelto e così partii, tra le battute sarcastiche di tutti.
Il viaggio fu lungo e impervio, l’ultimo tratto lo dovetti fare con una corriera sgangherata che sembrava tenuta in piedi con lo spago e all’arrivo fui circondato da donne e uomini dai chiari tratti indio che parlavano tutti assieme una lingua stranissima, sembrava il cinguettio di uccelli tropicali.
Mi accompagnarono a casa dell’Alcade, il sindaco, dove sarei stato ospitato e lì incontrai per la prima volta Amalecita e capii che era stato il destino a farmi arrivare fino in capo al mondo solo per incontrare lei.
Amalecita era la figlia maggiore dell’Alcade, aveva vent’anni e per lo standard del paese era già zitella, ormai a quell’età non la sposava più nessuno.
Era bassa di statura, con dei lunghi capelli nerissimi e pesanti, un viso intelligente dai tratti scavati e color dell’ambra scura, due occhi meravigliosi, una bocca con un sorriso disarmante e me ne innamorai subito!
Per tre mesi le feci una corte serrata, lei sembrava a tratti dirmi di si, a tratti tirarsi indietro, e non mi concesse mai nulla di più di un casto bacio sulle guance e la mia mano sulla sua spalla e questo me la faceva desiderare ancora di più.
Alla fine mi resi conto che non potevo vivere senza di lei e feci il gran passo, l’avrei sposata e portata con me in Italia.
Il matrimonio fu una cosa in grande, durò quasi una settimana di festeggiamenti con gente che era venuta da tutte le parti della grande vallata e si era accampata per le strade, nelle piazze, con vestiti coloratissimi, bambini, capre, battaglie di galli, spiedi all’aperto e riti stranissimi, la loro religione era un cattolicesimo adattato alle antiche credenze che credo risalissero agli aztechi, probabilmente!
Così dopo la benedizione del prete, in chiesa, io e Amalecita attraversammo a piedi il villaggio, mentre davanti a noi delle vecchie che portavano brocche di acqua fresca le spaccavano cantando, a simboleggiare la verginità della sposa che sarebbe stata violata dallo sposo; dall’altro lato del paese c’erano dei giovani che portavano uno stallone selvaggio nero come la pece che era stato catturato per l’occasione e che trattenevano a stento in processione per poi tornare a liberarlo dall’altro capo del paese, lasciandolo tornare al suo branco e quel cavallo simboleggiava la forza e la virilità dello sposo.
Insomma, un misto di paganesimo e religione che accettai di buon grado.
Il matrimonio si rivelò subito una cosa meravigliosa: Amalecita era ardente e scatenata di notte tanto quanto era pudica e timida di giorno e, ogni giorno di più, mi convinsi di avere fatto la cosa giusta sposandola.
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